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	<title>Laboratorio di Letteratura &#187; Proposte</title>
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	<description>a cura di Alberto Casadei</description>
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		<title>Un saggio sulla letteratura italiana del XXI secolo</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 14:36:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In libreria per Mimesis è disponibile Alberto Casadei, Narrazioni mutanti. Sulla letteratura italiana del XXI secolo. Qui il link alla descrizione e la copertina: punti-vista-casadei-narrazioni-mutantiCopertina &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>In libreria per Mimesis è disponibile</p>
<p>Alberto Casadei, <em>Narrazioni mutanti. Sulla letteratura italiana del XXI secolo</em>. Qui il <a title="Narrazioni mutanti" href="https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222329529" target="_blank">link</a> alla descrizione e la copertina: <a href="http://www.laboratoriodiletteratura.it/wp-content/uploads/2026/08/punti-vista-casadei-narrazioni-mutantiCopertina.pdf">punti-vista-casadei-narrazioni-mutantiCopertina</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un raccontino su &#8220;La suprema inchiesta&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Apr 2023 05:30:29 +0000</pubDate>
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<p><img class="alignnone size-medium wp-image-676" alt="• CASADEI_La suprema inchiesta_OK_LC_B_Strillo_copertina_145x2" src="http://www.laboratoriodiletteratura.it/wp-content/uploads/2023/04/CopertinaLa-suprema-inchiesta-202x300.jpg" width="202" height="300" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo (pseudo)romanzo &#8220;La suprema inchiesta&#8221; è uscito il 7 aprile per il Saggiatore. Qui di seguito, una sua breve sintesi e il &#8220;Raccontino di un romanzo&#8221; che ne chiarisce la genesi e alcune caratteristiche.</p>
<p><em>Una breve sintesi</em></p>
<p><em>All’inizio, sembra tutto chiaro. C’è un’investigatrice, Livia Bianchi, che deve indagare sulla morte di una escort romana, assassinata vicino a Palazzo Grazioli. C’è suo marito, Angelo Consani, che cerca finanziamenti per il suo progetto di una Nuova Città Ideale. Ci sono i loro figli, Lorenzo e Giovanna, che fanno quello che fanno più o meno tutti gli adolescenti e i bambini della loro età. Siamo nel 2010 e tutto è scontato, lineare, generico.</em></p>
<p><em>Ma poco alla volta cominciano a comparire figure che sembrano evocate in un rito sciamanico: personaggi reali o d’invenzione introducono frammenti di storie impreviste, incoerenti, sempre più lontane dalle linee narrative iniziali. Il racconto cambia di continuo, da realistico a fantastico; i tempi, anche quelli verbali, collassano, tanto che spesso si perdono i confini tra quanto accade nel passato, nel presente o nel futuro.  L’inchiesta vera, quella che si potrebbe considerare definitiva o suprema, comincia così, ed è allora il lettore che deve porsi in gioco, tentare di riconnettere i pezzetti che, capitolo dopo capitolo, si ritrova a scoprire inaspettatamente.</em></p>
<p><em>E non solo nel testo scritto. La suprema inchiesta convoca l’extra-testo, o lo inventa: dipinti di Monet o di Kiefer, un gesto di Glenn Gould che esegue la partita 6 di Bach, una Donna-Angelo nella Fontana di Trevi, un’entità strana che dice di essere la Completezza, un’onda azzurrognola che compare su uno sfondo ultra-nero&#8230; E c’è un intero <a title="Video introduttivo di &quot;La suprema inchiesta&quot; - Ilaria Mai" href="https://www.youtube.com/watch?v=lcZxL23pzng">video</a> che costituisce il correlativo visivo di come è nata quest’opera nella mente dell’autore.</em></p>
<p><em>Si procede così, per tentativi e fallimenti. È il destino di ogni quête: anche noi cerchiamo solo quanto ci sembra supremo, ma non arriviamo ad altro che a cercare. Alla fine, questo libro è un resoconto grottesco e sublime delle nostre ricerche.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong><i>Raccontino di un romanzo</i></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando ho iniziato a ideare <i>La suprema inchiesta</i>, lo pseudo-romanzo pubblicato dal Saggiatore (2023), era la fine del 2011 e, per molti segnali, sembrava che gli eventi storici stessero conducendo a una svolta. Le proteste degli <i>indignados</i> e dei movimenti di <i>Occupy Wall Street</i> si andavano diffondendo nel mondo, le rivolte producevano cambi di governo in molti Stati, in Italia il potere berlusconiano si avviava al capolinea, peraltro nel mezzo di una situazione che appariva catastrofica. Io volevo descrivere tutto questo quasi in contemporanea, ma sfruttando il codice della narrativa poliziesca per ottenere un distanziamento ironico: si trattava di parlare di quell’attualità come se fosse già lontana, percepita come una serie di echi mentre veniva condotta un’inchiesta su un efferato delitto, quello della escort Bella di Rodi avvenuto a poca distanza da Palazzo Grazioli a Roma. Un procedimento forse un po’ alla Eco, che comunque doveva condurre progressivamente il lettore in territori imprevisti grazie all’incontro con personaggi di molti tempi storici, in apparenza (e magari in effetti) del tutto incongrui rispetto a questa indagine principale, ma invece a essa legati con fili sottili e tuttavia resistenti.</p>
<p>Poco alla volta però questo schema è risultato sin troppo prevedibile, e d’altra parte l’attualità si è ben presto trasformata in cronaca e poi è stata azzerata nelle comunicazioni mass-mediatiche: persino i tanti siti dei giovani ribelli non venivano più aggiornati e altre urgenze emergevano, inevitabilmente. Io poi mi stavo occupando, per le mie ricerche, di come la biologia e la corporeità interagissero nella creatività umana, in particolare in quella artistica e letteraria, e cominciai a pensare anche ad altre figure da introdurre nel simil-romanzo, ognuna con la sua propria <i>quête</i>: all’investigatrice Livia Bianchi decisi di affiancare suo marito, l’architetto Angelo Consani, che per molti aspetti doveva reincarnare la figura dell’inetto e che peraltro voleva progettare e costruire addirittura una Nuova Città Ideale. Poi ecco ancora i loro figli, Lorenzo e Giovanna. Il primo lo immaginavo come un adolescente impacciato e insoddisfatto che però lancia un <i>blog</i>, gli Akkontentati, e tramite quello conosce un’attivista, Ceci, con la quale s’impegna almeno virtualmente nelle rivolte; la seconda doveva essere una bambina di una decina d’anni, che comincia a conoscere il mondo tramite nozioni basilari ma nello stesso tempo può addirittura realizzare disegni simili a dipinti di Monet e di Klee, appunto sfruttando capacità creative profonde e costanti negli esseri umani. Personaggi, quindi, in qualche misura rappresentativi di fasi della vita, forse sottilmente allegorici, comunque immersi in cronotopi di continuo variati: credo sia ormai giusto proporre una narrazione frastagliata e piuttosto incoerente, unica forma simbolica adeguata alla nostra concezione del reale. L’alternarsi delle vicende principali si doveva interrompere per l’irruzione di altre, emerse come risultati imprevisti di una ricerca nella Rete, nuovo rito tecnologico- sciamanico.</p>
<p>I problemi concreti in ogni caso erano ancora parecchi. Infatti la struttura è diventata sempre più complessa e mi ci sono voluti oltre dieci anni per venirne a capo. Ho ragionato a lungo su alcuni aspetti fondamentali, specie quello del montaggio delle vicende, confrontandomi con modelli come <i>Underworld</i> di Don DeLillo, <i>Cloud Atlas</i> di David Mitchell (nonché film firmato Wachowski) e più di recente <i>The Overstory</i> di Richard Powers, che mi sono stati preziosi. Ma non poteva mancare almeno l’impronta di alcune opere che restano fondative persino nel pieno dell’evoluzione artistica che si sta realizzando con il <i>Web</i>, per esempio la <i>Divina commedia</i>, il <i>Pasticciaccio </i>o l’<i>Ulisse</i>, che in molti punti costituiscono ipotesti indispensabili per capire il senso di episodi un po’ oscuri. (Inutile aggiungere che questo retroterra non garantisce nulla riguardo all’esito: qui fornisco solo delle coordinate per la navigazione, in maniera del tutto neutra sul piano del valore).</p>
<p>Di fatto, l’attualità che era diventata passato si è per me riattivata attraverso il confronto a distanza con testi della ‘tradizione’ che hanno in qualche modo affrontato problemi analoghi, ma mi è apparso necessario pure un lavorio sul versante del visuale, di cui ogni scrittura è adesso impregnata. Ne è scaturita una sequenza di immagini che a volte completano la scrittura, a volte sembrano aggiungere una valenza di secondo grado: per esempio una foto di orme di esseri umani preistorici o un’altra della <i>Dusty Lady</i> scampata al crollo delle <i>Twin Towers </i>costituiscono come dei piccoli emblemi o dei punti di connessione delle tante storie che altrimenti potrebbero risultare scollegate. E non è un caso che, nella prima parte, le immagini decisive siano solo tre, dipinti che vanno dalla rappresentazione della natura a quella dell’io e a quella della storia, ma sempre in forme inquiete e da indagare. Le trentadue riproduzioni e il video iniziale (su cui tornerò) costituiscono insomma non un’aggiunta esteriore, ma un percorso verso l’interiorità e l’incubazione inconscia che stanno <i>prima</i> della e poi <i>dentro</i> la scrittura.</p>
<p>Il mio ‘oggetto narrativo non identificato’ avrebbe persino potuto trasformarsi in un <i>e-book</i> arricchito, con interazioni forti tra scrittura, immagini, persino musica e video: a metà del guado, vedevo la necessità di non focalizzare tutto lo sforzo creativo solo verso la compiutezza di un libro, e di aprire invece la forma-romanzo ai tanti aspetti della biologia umana che si adattano con sorprendente rapidità a nuovi ambienti e a nuovi mezzi, per esempio quelli integrati della Rete. In effetti però anche un <i>e-book</i> non sarebbe stato sufficiente, e quindi ho puntato sull’apertura <i>dentro</i> al testo, aumentando progressivamente le vicende incongrue, i tempi non coordinati addirittura all’interno dei singoli periodi, la commistione tra voci dei personaggi e voce narrativa a-temporale, nonché le immagini dalle molteplici implicazioni.</p>
<p>Ecco perché è nata la definizione-formula di romanzo-cloud. Ho ripreso alcune idee espresse nel finale di <i>Biologia della letteratura</i> (il mio saggio teorico pubblicato nel 2018) e ho cercato di collegare in modi dinamici le scene di storia o gli episodi fantastici che costellano la trama: non nessi espliciti, come avviene all’inizio, ma coordinamenti <i>weird</i> come quelli che si creano nelle nuvole, composte di pieni e di vuoti, di interazioni e di allontanamenti, di particelle irrelate o fuse. In effetti ci sono molte sconnessioni in questo racconto, che sarebbero da risolvere magari creando un percorso ulteriore, partendo dal testo per navigare in uno spazio virtuale, metaverso o iper-romanzo che sia. Intanto, è il lettore che deve spostare di continuo il suo baricentro per riassestare lo sguardo, quasi che si trovasse di fronte al famoso mare di nebbia: un’altra nuvola quindi, ma di eventi caotici che rivelano legami solo a chi li guarda senza schemi mentali precostituiti. E qui si coglie forse la principale differenza rispetto a quanto sintetizzava già Italo Calvino nella sua lezione sulla <i>Molteplicità</i>: dopo i tanti romanzi basati sull’ambizione enciclopedica, sull’accumulo caotico e sulla necessità di conoscere tutte le concause, e persino dopo le aspirazioni massimaliste ed epiche 2.0 recenti o recentissime, adesso forse quello che il romanziere può fare, puntando ancora a una rappresentazione (semi)seria del quotidiano, è suggerire connessioni inaspettate persino usando gli algoritmi dell’AI, magari fra tempi-eventi-personaggi che non sono e non dovrebbero essere in contatto fra loro e invece, come nei moti caotici di una nube, si aggregano per creare un’entità diversa, una storia strana, una delicata e transitoria chimera.</p>
<p>Alla fine, la suprema inchiesta è diventata l’intera compagine di questo oggetto narrativo, nel quale convivono aspetti volutamente banali (che però magari tra non molto non sembreranno più tali) e altri misteriosi o sublimi (che però sono senz’altro destinati a diventare comici). Il tema della giustizia e quello della morte, da sempre al centro delle grandi narrazioni, si rivelano decisivi, specie nei capitoli finali, ma di certo non conducono a scoperte clamorose bensì solo alla constatazione di quanto ogni essere umano sia impastato, senza nemmeno accorgersene, di frammenti di una vita ben più complessa e occulta rispetto a quella che sente di vivere. Come se si arrivasse, dopo un tragitto da punto a punto, in un <i>hub</i> dove sono finiti, almeno provvisoriamente, tanti altri tragitti analoghi: e su questa convergenza occorre interrogarsi, seguendo l’autentica idea-mito del nostro tempo, la Completezza.</p>
<p>Se da un lato, insomma, questo romanzo-cloud vorrebbe contenere una rappresentazione semiseria del quotidiano, citando e mimando la storia dell’inizio del terzo millennio, dall’altro allegorizza quel poco che sappiamo della lunga durata, che sia fisica o meta-fisica. E per dar meglio conto dell’intera ideazione, nata quasi per caso e poi lungamente plasmata e alla fine raccolta in quest’oggetto (complicato ma pur sempre limitato), ho pensato fosse indispensabile fornire un correlativo visivo che ne costituisse una sorta di arabesco o magari di frattale, e nel contempo aprisse il percorso per immagini che si svolge all’interno del testo. È nato così, dopo il libro, anche il video <i>La suprema inchiesta</i>, che ho realizzato con l’artista Ilaria Mai: chi vuole, lo può guardare come una sorta di antefatto o di <i>ouverture</i> (è reperibile nel sito dell’editore e nei social). In apertura, da uno sfondo indistinto, emergono alcuni elementi che si riveleranno decisivi nel testo, il cui inizio è citato per iscritto, mentre un’altra frase da me letta risuona più avanti, quasi fosse un’eco lontana. Un’immagine di Liliana Balducci, incarnata da Valeria Occhini nel <i>Pasticciaccio</i> di Gadda messo in scena da Luca Ronconi e filmato da Giuseppe Bertolucci, segnala l’antecedente letterario di Bella di Rodi, lei pure uccisa del tutto ingiustamente. Un gesto di Glenn Gould, che esegue la Toccata dalla Partita BWV 830 di Bach, rende concreto il passaggio dall’ideazione all’attuazione di un’opera d’arte. Alcune note del lamento di Didone, dal <i>Dido and Aeneas</i> di Purcell, accompagnano immagini di rivolte ma anche altre relative al crollo delle Twin Towers: compare la foto della <i>Dusty Lady</i>, scattata da Stan Honda. Nel finale, un individuo si ferma a osservare questo insieme grandioso e incoerente, quasi un nuovo ‘viandante sopra il mare di nebbia’: ma la nebbia è ormai costituita da un pulviscolo di eventi e informazioni, che aspirerebbero a un senso. Questo, inevitabilmente, resta incognito: a livello simbolico, si potrebbe trovare nell’onda azzurra che, sulla base di un esperimento scientifico (<i>Blue death</i>) effettuato negli anni Dieci del XXI secolo, indicherebbe l’improvvisa fuga della vita da un essere vivente.</p>
<p>Sull’immagine di quest’onda si chiudono il video e il libro, mentre rimane aperta ogni nostra suprema o infima inchiesta.</p>
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		<title>Un video per il romanzo &#8220;La suprema inchiesta&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 10:22:51 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Esce il 7 aprile 2023 il romanzo &#8220;La suprema inchiesta&#8221;, edito dal Saggiatore. Qui un <a href="https://video.corriere.it/cultura/la-lettura/suprema-inchiesta/0c8a63b8-cfbb-11ed-b005-63605f0e01d8">video</a>, realizzato da Ilaria Mai con Alberto Casadei, che costituisce il &#8216;correlativo visivo&#8217; della fase iniziale dell&#8217;elaborazione.</p>
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		<title>Un seminario sull&#8217;avvio del poema dantesco</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 16:01:50 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Un seminario sull&#8217;avvio del poema dantesco a Pisa, 23 marzo 2023, ore 14.30 (Aula Magna di Palazzo Matteucci, piazza Torricelli) e anche online. Notizie sul sito <a href="https://www.dantenoi.it/punti-critici-danteschi-2/?doing_wp_cron=1678636874.4100079536437988281250">dantenoi.it</a></p>
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		<title>Una serie di riflessioni su Dante</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2022 23:14:47 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Risposte a un&#8217;inchista su Dante di <a href="https://laletteraturaenoi.it/2021/02/01/dante-me-5-cinque-domande-ad-alberto-casadei/">&#8220;La letteratura e noi&#8221;</a></p>
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		<title>Un articolo su Beppe Fenoglio</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2022 11:12:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un ricordo di Beppe Fenoglio pubblicato su &#8220;Italiana&#8221;, rivista della Enciclopedia Treccani (12, dicembre 2022). &#160; Gli stili di Fenoglio &#160; A cent’anni dalla nascita, Beppe Fenoglio è considerato ormai uno dei più importanti narratori italiani del secondo Novecento. Eppure la sua attività come scrittore è stata spesso contrastata, tanto è vero che, in vita [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un ricordo di Beppe Fenoglio pubblicato su &#8220;Italiana&#8221;, rivista della Enciclopedia Treccani (12, dicembre 2022).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">Gli stili di Fenoglio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cent’anni dalla nascita, Beppe Fenoglio è considerato ormai uno dei più importanti narratori italiani del secondo Novecento. Eppure la sua attività come scrittore è stata spesso contrastata, tanto è vero che, in vita (morì nel 1963, neanche quarantunenne), è riuscito a pubblicare solo tre volumi, mentre sono rimasti inediti testi che oggi ci sembrano capolavori, come <i>Il partigiano Johnny</i>. Ma quali sono i motivi che ci fanno apprezzare così ampiamente i suoi racconti e i suoi romanzi, in gran parte dedicati alla guerra di Resistenza, ad Alba (sua città natale) e alle Langhe? Al di là degli argomenti, è l’intensità degli stili adottati, diversi di volta in volta ma sempre ben riconoscibili, a rendere ancora incisive le sue storie, a cominciare da quelle scritte subito dopo il 1945, ritrovate fortunosamente nel 1994 e intitolate <i>Appunti partigiani</i>.</p>
<p>Negli <i>Appunti</i> si coglie la ricerca di una terza via tra il racconto cronachistico e la rielaborazione romanzesca, ovvero i principali modi narrativi che si sono affermati nell’immediato dopoguerra per parlare delle vicende resistenziali. Fenoglio risentiva di quella ampia spinta alla narrazione semplice di ciò che era avvenuto, sulla quale poi si è soffermato con la consueta lucidità critica Italo Calvino (uno tra i primi e più convinti sostenitori dello scrittore albese) nella premessa alla seconda edizione del <i>Sentiero dei nidi di ragno</i> (1964). Ma lo sforzo tutto fenogliano era quello di rendere l’azione al presente, quasi che il lettore dovesse rivivere assieme a Beppe le vicende susseguitesi nelle Langhe tra il novembre e il dicembre 1944. È una narrazione a metà tra cinema e teatro, cosicché questo diario romanzato sembra scritto in presa diretta: “Con la sinistra mi cerco in tasca uno zolfino e con la destra un ciottolo in terra. È bruciata bene, la carta. Fatto tutto camminando”. Chi parla manifesta l’euforia del ‘sopravvissuto’ e l’autorevolezza di chi ha scelto la parte giusta, indipendentemente dalle azioni compiute. Il protagonista degli <i>Appunti</i> non è certo un eroe, come non lo sono i suoi compagni, però resta innegabile che questi uomini hanno agito per la loro madre Langa e per la patria intera, contro nemici che in più di un’occasione sembravano dotati di un potere ben superiore. Tuttavia i giovani antifascisti hanno vinto e ora è giusto raccontare le loro imprese.</p>
<p>Potremmo dire che, in questa fase, Beppe partigiano e scrittore si presenta come un <i>io</i> che si sente pienamente parte di un <i>noi</i>: non tutti hanno potuto vivere la lotta partigiana, ma è giusto che tutti conoscano l’accaduto senza censure, viceversa già praticate in molti resoconti. In questo periodo peraltro Fenoglio sperimenta alcuni tipi di letteratura di ascendenza romantica, in particolare tenendo a modello un testo da lui molto amato, <i>Cime tempestose</i> di Emily Brontë, e puntando a mettere in scena, anche per il teatro, un amore contrastato e fortissimo. Quando le due componenti primarie della narratività fenogliana, l’immediatezza e l’assolutezza, cominceranno a fondersi e a interagire, si arriverà ai risultati più alti.</p>
<p>Tra il 1948 e il ’54, Fenoglio segue una via molto personale all’interno della grande nebulosa della letteratura neorealista, sfruttando vari modelli statunitensi specie nella <i>Paga del sabato</i>: un <i>noir</i> in cui il protagonista Ettore, un partigiano che non riesce a inserirsi nella società del dopoguerra, giunge a compiere azioni criminali assieme ad altri compagni e muore improvvisamente proprio quando sembra potersi avviare a una vita piccolo-borghese. Pur essendo stato rifiutato dall’Einaudi nel 1950 ed edito solo nel 1969, il testo è senz’altro di notevole impatto, costituito da scene autonome e ben enucleate: basti pensare a quella iniziale dello scontro di Ettore con la madre, nonché alle varie dedicate alla sua insofferenza nel rapporto con la giovane promessa sposa, in un mondo in bilico tra miseria e malavita.</p>
<p>Ma è nei racconti dei <i>Ventitre giorni della città di Alba</i> (1952) e poi nel racconto lungo <i>La malora</i> (1954) che Fenoglio mette a punto una gamma molto ampia di soluzioni narrative, le quali spaziano dall’eroicomico al drammatico, per esempio nell’intenso <i>Un altro muro</i>, fondato sui dialoghi di due partigiani condannati a morte. Anche nelle vicende degli abitanti delle Langhe, come il giovane protagonista della <i>Malora</i>, Agostino Braida, si coglie il senso di una vita segnata dagli sforzi e dalla sofferenza senza riscatto, che qualcuno addirittura decide di lasciare: e quando Agostino trova il cadavere di un impiccato in un boschetto, è come se l’intera natura fosse travolta da uno sconvolgimento abnorme, quasi fossimo entrati nel paesaggio dell’<i>Urlo</i> di Munch. In una vicenda scandita dal ritmo della natura e della vita agra da forzati della terra, in un certo senso è proprio il <i>darsi</i> la morte l’evento inatteso, quello che paradossalmente segna la possibilità di uscire dalla ‘malora’ in quanto condizione plumbea e avvilente.</p>
<p>Proprio per rispondere alle critiche rivolte alla <i>Malora</i>, in particolare da Elio Vittorini che pure l’aveva accolta nella collana dei “Gettoni” Einaudi, Fenoglio riparte per trovare uno stile ancora diverso, nato questa volta da una completa immersione nell’inglese da lui tanto amato: la prima stesura del “libro grosso”, dedicato al periodo della guerra specie tra il 1943 e il ’45, viene fatta appunto in quella lingua, benché infarcita di termini inventati e calchi dall’italiano (scherzosamente si parla di “fenglese”). Dopo varie rielaborazioni, il risultato sarebbe stato un grande romanzo che avrebbe portato il protagonista Johnny dall’adolescenza di liceale alla morte nello scontro di Valdivilla del febbraio ’45, cui in effetti Fenoglio partecipò vedendo cadere molti suoi compagni. Purtroppo, presso l’editore Garzanti vide la luce soltanto la parte intitolata <i>Primavera di bellezza</i> (1959), che contiene capitoli di altissimo valore, come quelli dedicati alla drammatica situazione seguita all’armistizio (8 settembre 1943), ma viene chiuso con la morte sin troppo precoce del protagonista. Invece, nella parte successiva Johnny avrebbe combattuto a lungo sulle Langhe, con una ferrea coerenza morale e tuttavia nella convinzione che la morte sia l’unico destino possibile per i soldati moderni, sovrastati dalla potenza delle armi e privati della gloria. <i>Il partigiano Johnny</i> narrava appunto, con uno stile epico e sublime, la guerra all’insegna di questa nuova consapevolezza, ma rimase incompiuto e fu pubblicato nel 1968.</p>
<p>I tanti problemi filologici che riguardano questo capolavoro, come molte delle opere fenogliane postume, possono costituire un ostacolo per la lettura, eppure la sua fama è cresciuta nel tempo. Altissima ormai è anche quella dell’ultimo romanzo, <i>Una questione privata</i>, uscito nel 1963, poco dopo la morte di Fenoglio, assieme a altri ottimi racconti come <i>Un giorno di fuoco</i>. Il nuovo <i>alter ego</i> dell’autore è il partigiano Milton, il quale viene a sapere per caso che l’amata Fulvia, ormai lontana, forse si era legata al suo amico carissimo Giorgio; prova allora a rintracciarlo, ma scopre che è stato catturato mentre rientrava al presidio. Inizia così una drammatica ricerca di un soldato da scambiare, durante la quale Milton incontra soldati e uomini comuni, però immersi nelle lotte del 1944, che hanno stravolto ogni certezza della vita pre-bellica. Quando in conclusione il protagonista viene intercettato dai fascisti e deve correre a perdifiato per scampare, nella sua mente nasce questo assurdo pensiero: “Fulvia, a momenti mi ammazzi”. La donna idolatrata si sovrappone ai nemici, quasi si fossero uniti per distruggere Milton. La follia dell’amore e la follia della guerra arrivano a coincidere, e lo stile raggiunge, in questo finale che sembra non arrivare a una fine, un vertice tanto di immediatezza e corposità, quanto di assolutezza e simbolicità. Il miglior Fenoglio sostanzia i destini dei suoi personaggi con la forza di una scrittura che li rende insieme concretissimi e sublimi, all’insegna di una morte sempre imminente.</p>
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		<title>Un nuovo libro dantesco dell&#8217;Associazione degli italianisti</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2022 13:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alberto]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Associazione degli italianisti]]></category>
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		<description><![CDATA[DANTE E ALTRI CLASSICI Eredità dantesche nel mondo a cura di Lorenzo Trovato Alla base di questo volume vi è l’idea di porre Dante in dialogo con altri grandi classici della letteratura, per verificare le varie modalità attraverso le quali autori e autrici di varie epoche e latitudini si sono rapportati alla sua eredità letteraria, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="https://www.mondadorieducation.it/catalogo/dante-e-altri-classici-0070865/">DANTE E ALTRI CLASSICI</a></h1>
<h2>Eredità dantesche nel mondo</h2>
<p>a cura di Lorenzo Trovato</p>
<p>Alla base di questo volume vi è l’idea di porre Dante in dialogo con altri grandi classici della letteratura, per verificare le varie modalità attraverso le quali autori e autrici di varie epoche e latitudini si sono rapportati alla sua eredità letteraria, filosofica, culturale. I testi qui raccolti, per queste ragioni, si contraddistinguono per la grande varietà di prospettive adottate, secondo forme sempre diverse: dal saggio all’intervista, dal brano narrativo al dialogo. Mentre illustri dantisti ed esponenti della cultura hanno dunque proposto originali spunti interpretativi e puntuali riflessioni sui principali nodi tematici, artisti e artiste hanno offerto le loro personali «letture dantesche», secondo una molteplicità di approcci che spaziano dalla rievocazione intimista alla riflessione epistemologica, attraverso varie forme d’arte e linguaggi. Tra gli autori dei saggi: Elena Ferrante, Wole Soyinka, Antonio Pennacchi, Valerio Magrelli, Paolo Di Stefano, Giulio Ferroni, Stefano Carrai.</p>
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		<title>Dante e Mantova</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2022 15:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alberto]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="center">Dante e Mantova</p>
<p align="center">
<p>Fra i risultati più importanti delle celebrazioni dantesche del 2021 si conteranno senz’altro le mostre scientifiche e i volumi che ripercorrono i rapporti certi o presunti del poeta con una o più città italiane. Tra i cataloghi delle mostre che, nonostante la pandemia, si sono potute aprire, segnaliamo qui <i>Dante e la cultura del Trecento a Mantova</i> (Museo di Palazzo Ducale, 15 ottobre 2021-9 gennaio 2022), a cura di Stefano L’Occaso (Mantova, Editoriale Sometti, 2021). Oltre a una <i>Presentazione</i> di Maria Ida Gaeta e a un’<i>Introduzione</i> del curatore, il volume contiene interventi di specialisti quali Giuseppe Gardoni, Andrea Canova, Roberta Benedusi e lo stesso L’Occaso, nonché un apparato di riproduzioni di manoscritti, stampe, miniature e opere pittoriche (pp. 187-220) con la relativa Bibliografia. L’insieme si presenta di alta qualità.</p>
<p>Quanto ai materiali utili alla critica dantesca, non emergono peraltro specifiche acquisizioni, benché si faccia chiarezza soprattutto su vari aspetti della fortuna del poeta nella città lombarda, per esempio riguardo alla presenza di suoi discendenti come Dante III (cfr. p. 180). Forse sarebbe stato utile, da questa angolatura, ricordare che proprio transitando da Mantova Francesco da Barberino ha modo di menzionare nei suoi <i>Documenti d’amore</i> il poema di Dante <i>in fieri</i>, in un periodo compreso tra il 1313 e il 1314: precisazioni su questo importantissimo dato sarebbero davvero decisive per capire meglio i tempi della diffusione almeno dell’<i>Inferno</i>.</p>
<p>Sulla disputa riguardo all’autenticità della <i>Questio</i> intervengono sommariamente Canova (pp. 55-56) e Gardoni (pp. 178-181), citando alcune voci della bibliografia specifica e pronunciandosi con cautela a favore dell’autenticità. Tuttavia in questo caso sarebbe stato forse opportuno citare più ampiamente gli elementi che, per esempio, rendono assai incongruente il fatto che una disputa iniziata a Mantova (in quale circostanza e con quale uditorio?) venga poi determinata a Verona in tutt’altro contesto e con tutt’altro pubblico: e si sa che il primo editore del trattatello, l’agostiniano Giovanni Benedetto Moncetti, era legatissimo ai Gonzaga e non avrebbe avuto certo scrupoli a sostituire un “existente me Verone” (che renderebbe il testo molto meno incoerente) del manoscritto con un “existente me Mantue” per omaggiarli, adeguandosi a una prassi encomiastica diffusa nel primo Cinquecento. Inoltre, andavano citati molti altri argomenti interni all’opera dantesca che fanno pensare a un testo apocrifo, confezionato sulla base di un trattatello preesistente grosso modo alla fine degli anni Cinquanta del XIV secolo, periodo in cui effettivamente esso comincia a circolare.</p>
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		<title>Notizie dantesche</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2022 15:49:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alberto]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alberto Casadei]]></category>
		<category><![CDATA[biografia dantesca]]></category>

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		<description><![CDATA[UNA NUOVA BIOGRAFIA DI DANTE &#160; La biografia di Dante firmata da Paolo Pellegrini (Dante Alighieri. Una vita, Torino, Einaudi, 2021) si presenta come rigorosa da un punto di vista filologico, rispettosa della tradizione esegetica, innovativa su vari punti molto discussi. Purtroppo, a una lettura attenta, sono molte le mende e gli aspetti insoddisfacenti. Lasciando [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center">UNA NUOVA BIOGRAFIA DI DANTE</p>
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<p>La biografia di Dante firmata da Paolo Pellegrini (<i>Dante Alighieri. Una vita</i>, Torino, Einaudi, 2021) si presenta come rigorosa da un punto di vista filologico, rispettosa della tradizione esegetica, innovativa su vari punti molto discussi. Purtroppo, a una lettura attenta, sono molte le mende e gli aspetti insoddisfacenti. Lasciando a una futura recensione l’elenco dei numerosi errori materiali riguardo ai dati esposti, si può intanto segnalare che, su molti settori della critica dantesca, vengono delineati quadri non più corrispondenti alle acquisizioni attuali, come nel caso del <i>Fiore</i> (pp. 46-47). Non mancano traduzioni quanto mai libere e prive di riscontri, come quella di “dilatrata” (testo molto dubbio della <i>Questio</i>, probabilmente uno dei tanti errori di lettura della <i>princeps</i> al posto di un ben più adatto “dilactata”) che diventa, a sorpresa, “oggetto di schiamazzi” (p. 198).  L’aspetto di analisi dei testi è sempre superficiale cosicché molte sfumature non vengono colte, per esempio quando si tratta di interpretare esattamente il dettato dell’<i>Epistola a Cangrande</i>, ritenuta autentica in sostanza sulla base dell’edizione più recente, ma senza un esame adeguato e puntuale delle motivazioni in contrario: del resto, anche in un suo recente articolo (<i>Dante Alighieri e l’“Epistola a Cangrande”: tra storia della filologia e storia dell’editoria</i>, “StEFI”, IX, 2020, pp. 249-273), P. si diffonde in precisazioni puntigliose quanto irrilevanti, mentre non affronta con sistematicità le questioni davvero essenziali come quella della diffusione del testo e la sua datazione. Oltretutto, la ricostruzione ‘storica’ di Luca Azzetta confligge con quanto afferma P. sul soggiorno veronese, mentre entrambe le loro cronologie confliggono con i dati ricavabili dalle autentiche <i>Egloghe</i>. Va anzi notato che P. non tiene conto dell’ampia bibliografia su questi testi fondamentali, che comprende anche ricerche sui documenti relativi ai figli e agli amici di Dante, in particolare a cura di Gabriella Albanese e Paolo Pontari, grazie alle quali risulta quanto mai probabile che gli Alighieri orbitassero in area ravennate ben prima del 1320, all’incirca dal 1318-19: pure in questo caso gli argomenti portati da P. sono del tutto parziali e tengono conto solo di quelli più favorevoli a tesi che sembrano precostituite. In effetti, l’intento principale dell’autore è dimostrare che non solo va accettato qualunque riferimento disponibile sui rapporti di Dante con Verona ma addirittura si possono spesso ricavare, con deduzioni quanto mai opinabili, ulteriori espansioni. In sostanza il poeta avrebbe soggiornato più o meno costantemente nella città di Cangrande fra il 1312 e il 1320, stando a un’epistola che lui stesso avrebbe scritto per conto del condottiero a Enrico VII e stando alla <i>Questio</i> che sarebbe stata discussa nella chiesa di Sant’Elena. Sulla prima indicazione, P. non ha preso atto che la sua ipotesi attributiva del 2018 (ma in effetti già in parte anticipata da G.P. Marchi) è andata incontro a numerose obiezioni, sia per la debolezza palese degli argomenti, sia per la mancanza (che continua a tutt’oggi) della promessa edizione definitiva: correttezza filologica avrebbe voluto che si presentasse come largamente ipotetica questa ricostruzione, mentre l’autore ripropone (pp. 169-172) le stesse argomentazioni che sono già state oggetto di contestazioni. Si noti fra l’altro che l’articolo di P.P. <i>La quattordicesima epistola di Dante Alighieri. Appunti per una attribuzione</i>, in “StEFI”, VII, 2018, pp. 5-20, va ora posto a riscontro con quello di Guglielmo Bottari, <i>L’aquila e la scala. Una lettera di Alboino e Cangrande della Scala a Enrico VII</i>, in “Archivum Mentis”, X, 2021, pp. 425-449, il quale imposta con notevole correttezza un lavoro esegetico che potrà riguardare anche l’epistola in questione, per ora notando implicitamente la scarsità di elementi probatori a favore di un’attribuzione definita “estremamente impegnativ<i>a</i>” (p. 425, n. 2). (Quanto alle osservazioni riservate al contributo proposto in <i>Dante. Altri accertamenti e punti critici</i>, Milano, F. Angeli, 2019, pp. 278-286, va specificato che, in alcuni casi, si faceva riferimento a versioni provvisorie del testo di P., che possono aver indotto a qualche inesattezza; ma è del tutto capzioso il citare come “metodologicamente non impeccabile”, p. 425, n. 1, una singola nota che, con evidenza, voleva solo fornire qualche tassello riguardo alla cultura dell’estensore dell’epistola &#8211; che semmai doveva essere indagata da chi ha proposto l’attribuzione -, non certo indagare in dettaglio il testo di un’epistola che, per quanto si può adesso cominciare a inferire proprio dal lavoro di Bottari, non si allontana da una media notarile di ambito scaligero). Ma ancora peggiore, quanto a correttezza, è il trattamento riservato alla <i>Questio</i> (pp. 193-200). P. mette in discussione gli studi di uno fra i maggiori specialisti di scienza medievale in attività, Gianfranco Fioravanti, il quale in un articolo del 2017 aveva opportunamente notato che, nell’ambito delle teorie da confutare, nella <i>Questio </i>si fa riferimento a una enunciata per la prima volta da Buridano tra il 1335 e il 1340, riguardante l’argomento della distinzione fra centro di gravità e centro di grandezza: la novità consiste nell’<i>applicazione</i> di questa distinzione, già nota, al problema dell’emersione delle terre dall’acqua. Non cogliendo questo punto essenziale, P. viceversa sostiene che gli elementi usati da Buridano ricorrevano in Simplicio (la cui influenza sul problema specifico, nel primo Trecento, non è attestata) e segnala come imprescindibile una conferenza panoramica di Alessandro Ghisalberti del 1984, quasi che Fioravanti, che aveva già confutato in maniera ineccepibile queste obiezioni in un articolo del 2019, avesse avuto bisogno di citare un breve compendio nella sua esposizione. P., che non può indicare nessuno specifico autore precedente a Buridano, il quale oltretutto indica come sua originale la soluzione proposta, sostiene che comunque queste ipotesi potevano essere oggetto di dibattito <i>ante</i> 1320, pur non avendo lasciato nessuna traccia in Italia prima degli anni Sessanta del Trecento. Non sembra sia necessario insistere sull’inconsistenza di argomenti siffatti: fino a che non si troverà un antecedente sicuro rispetto alla teoria di Buridano in questione, si deve accettare, proprio in rispetto alla deontologia della critica filologico-storica, che nella <i>Questio</i> sia contenuto un anacronismo evidente rispetto alla data presunta di composizione e quindi essa vada collocata tra le opere spurie. In ogni caso, nell’insieme le ricostruzioni di P. sui tanti aspetti ancora controversi della biografia di Dante risultano poco convincenti e andranno senz’altro sottoposte a ulteriori verifiche.</p>
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		<title>Materiali danteschi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 14:16:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alberto Casadei]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcune segnalazioni di nuovi volumi dedicati a Dante A cura di Marco Grimaldi e Milena Russo è uscito il volume: Antonio Gramsci, Il canto decimo dell’“Inferno” e altri scritti su Dante (Roma, Castelvecchi, 2021). Numerosi sono i passi in cui l’intellettuale ha proposto sue osservazioni sul grande poeta, spesso all’interno di brevi articoli o di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune segnalazioni di nuovi volumi dedicati a Dante</p>
<p>A cura di Marco Grimaldi e Milena Russo è uscito il volume: Antonio Gramsci, <i>Il canto decimo dell’“Inferno” e altri scritti su Dante</i> (Roma, Castelvecchi, 2021). Numerosi sono i passi in cui l’intellettuale ha proposto sue osservazioni sul grande poeta, spesso all’interno di brevi articoli o di lettere, a volte negli appunti dei <i>Quaderni</i>, come nel caso del canto di Farinata, cui sono riservate varie pagine fra il 1930 e il ’32. Uno dei punti essenziale delle sue osservazioni riguarda la condizione ‘popolare’ della <i>Divina commedia</i>: su questo riflette bene Grimaldi nella sua Introduzione, nella quale fra l’altro si fa notare che l’opera dantesca “dal punto di vista di Gramsci può essere ritenuta popolare nella misura in cui reimpiega, in una poesia artisticamente complessa, dei motivi tradizionali. Dante è popolare anche perché è in grado di assorbire, elevare e accogliere in poesia elementi e saperi di un mondo subalterno” (p. 20).</p>
<p>***</p>
<p>Fra i risultati più importanti delle celebrazioni dantesche del 2021 si conteranno senz’altro le mostre scientifiche e i volumi che ripercorrono i rapporti certi o presunti del poeta con una o più città italiane. Tra i cataloghi delle mostre che, nonostante la pandemia, si sono potute aprire, segnaliamo qui <i>Dante e la cultura del Trecento a Mantova</i> (Museo di Palazzo Ducale, 15 ottobre 2021-9 gennaio 2022), a cura di Stefano L’Occaso (Mantova, Editoriale Sometti, 2021). Oltre a una <i>Presentazione</i> di Maria Ida Gaeta e a un’<i>Introduzione</i> del curatore, il volume contiene interventi di specialisti quali Giuseppe Gardoni, Andrea Canova, Roberta Benedusi e lo stesso L’Occaso, nonché un apparato di riproduzioni di manoscritti, stampe, miniature e opere pittoriche (pp. 187-220) con la relativa Bibliografia. L’insieme si presenta di alta qualità.</p>
<p>Quanto ai materiali utili alla critica dantesca, non emergono peraltro specifiche acquisizioni, benché si faccia chiarezza soprattutto su vari aspetti della fortuna del poeta nella città lombarda, per esempio riguardo alla presenza di suoi discendenti come Dante III (cfr. p. 180). Forse sarebbe stato utile, da questa angolatura, ricordare che proprio transitando da Mantova Francesco da Barberino ha modo di menzionare nei suoi <i>Documenti d’amore</i> il poema di Dante <i>in fieri</i>, in un periodo compreso tra il 1313 e il 1314: precisazioni su questo importantissimo dato sarebbero davvero decisive per capire meglio i tempi della diffusione almeno dell’<i>Inferno</i>.</p>
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