Di Alberto in: Discussioni

Occorre una poesia europea?


Una riflessione per insegnanti e studenti sul ruolo della poesia e in genere della letteratura nazionale, letta su un necessario sfondo europeo.

La domanda più ricorrente riguardo alla letteratura europea è se esista e, se sì, su quali basi. La questione, da un punto di vista strettamente letterario, è indubbia. Come hanno ricordato tanti studiosi sulla scorta del modello della goethiana Weltliteratur, e da ultimo, con esempi concreti, George Steiner nel suo discorso Una certa idea di Europa (Garzanti), le radici di tutte le letterature occidentali moderne risalgono al minimo comun denominatore della cultura greca, l’unica capace di sopravvivere a una catastrofe politica e militare, improntando di sé quella romana (come già affermò Orazio: “Graecia capta ferum victorem cepit”). Lo sviluppo ulteriore fu sancito dall’espansione nell’ambito della cultura alta del sermo humilis biblico-evangelico, con le straordinarie sintesi di Paolo, Agostino e poi di Tommaso, riprese e portate a un primo compimento epico-teologico dal Dante della Commedia.

Ma anche nell’ambito specifico della poesia è evidente che la messe di archetipi, miti, topoi, trasmessi dalle culture classiche (ebraica compresa) è imponente, e trova una sintesi sublimante nel modello poi davvero europeo del Canzoniere: Petrarca, non meno di Dante, riprende schemi e immagini, in generale forme che gli derivano dalla cultura greco-latina e li mette a confronto con la sua coscienza di cristiano che non riesce a sfuggire alla morsa dell’amore terreno: i primi sonetti del suo Libro di poesie sono emblematici, perché l’Amore-guerriero (nient’affatto gentile e pargoletto, come nelle rappresentazioni cui ora siamo abituati) agisce persino nel momento della Passione del Cristo, nel ‘comune dolore’, quando dovrebbe essere impossibile cadere sotto i suoi colpi. Invece, nella guerra d’amore iniziata con i grandi poeti lirici dell’antichità (Orazio, Catullo o Tibullo sono sempre presenti a Petrarca) questa nuova tappa porta a evidenziare il dramma di chi quasi impazzisce, cade in preda alla depressione, rifiuta il suo ruolo di poeta laureato e umanista per restare chiuso nel suo dolore, almeno sino al rinsavimento conclusivo.

Si sa quanto questo modello di amore ‘folle’ influenzerà la poesia successiva, grazie soprattutto alla sua stilizzazione che porta a far diventare suoni persino le materialità più drammatiche. Questo processo di dematerializzazione della poesia durerà a lungo nella poesia di tutte le nazioni europee, ma avrà poi forti contrappesi, per esempio con la lirica barocca-metafisica inglese, da Shakespeare a Donne, oppure con il racconto della desublimazione, in un certo senso opposto a quello petrarchesco, che costituirà l’asse portante delle Fleurs baudelairiane. Quel che conta è che tra un sonetto petrarchesco e uno di Baudelaire scritto cinque secoli dopo è possibile instaurare confronti, trovare continuità direi di antropologia poetica prima ancora che formali, ovviamente nella pur fortissima diversità di mores.

Ma il problema che ci si deve porre adesso è: tutto ciò cosa dimostra? Ovvero, nei termini brutali del buon senso comune, serve a qualcosa produrre saggi raffinati di letterature comparate, di intertestualità o fonti, scoprendo legami che dovrebbero confermare la vicinanza degli umanisti, e in specie dei poeti, di tutta Europa? Se si tratta di confermare, all’interno di un circolo vizioso, che ogni grande scrittore europeo non può fare a meno di guardare ai suoi antecedenti, e che, lungi dall’esaurire il rapporto con loro nell’ambito della bloomiana angoscia dell’influenza, deve invece tentare di reinterpretarli in accordo con il tempo che sta vivendo. Quando, per citare solo un paio di esempi, Seamus Heaney ricorre al Purgatorio per descrivere la condizione umana nell’Irlanda dilaniata dalle lotte interreligiose, oppure, in ambito narrativo statunitense, Don DeLillo parla degli attentati dell’11 settembre come di un nuovo evento epico-tragico (al di là dei risultati effettivi del suo ultimo romanzo, Falling man), è chiaro che il presente può essere interpretato solo facendo ricorso a forme di lunga durata, che conferiscono un di più di significato proprio perché ormai dense di re-interpretazioni e di contatti con l’immaginario culturale europeo-occidentale.

Tuttavia, questa autoevidenza degli scambi e delle connessioni fra le varie anime dell’Europa non può da un lato far dimenticare anche le tante differenze che, specie nell’epoca esasperata dei nazionalismi terminata con la Prima guerra mondiale, si sono consolidate rispetto all’ideale davvero paneuropeo della grande stagione umanistico-rinascimentale. Inoltre, quest’ultimo modello, che presupponeva quello di un’eccellenza e quindi di una superiorità culturale, ha agito in modi imprevisti e traumatici sui popoli ‘altri’, a cominciare da quelli delle colonie di breve o lunga durata, ed è stato quindi ora rigettato da più parti, e in specie dai teorici del postcolonialismo.

Occorre davvero, allora, cercare contatti e legami fra popolazioni che hanno sviluppato in modi diversi, e a volte pervicacemente individualistici e aggressivi, le radici di dialogo, tolleranza verso il nemico, riflessione anteriore all’azione ecc., propri della cultura e poi della letteratura e della poesia classiche? La risposta affermativa presuppone una buona volontà che non sembra rientrare più fra le prerogative di uno scrittore contemporaneo: di cattive fedi se ne sono viste troppe, di apparentamenti con i poteri forti, dittatoriali ma anche semplicemente pervasivi in senso foucaultiano, ce ne sono stati a iosa. Il problema che si pone, se si vuole che l’ideale di una letteratura europea divenga qualcosa di più di un bello slogan, è quello di ricostruire un paradigma alto per la fruizione delle opere che vengono ancora scritte per interpretare il nostro tempo, quando ormai ogni scrittore si può sentire a casa propria a Londra come a Parigi come a Roma (certamente meno, per ora, a Baghdad o a Pechino). Ma, al di là delle distinzioni sempre più pratiche cui ciascuno si sente chiamato (fra sé e gli immigrati extracomunitari, fra sé e i razzisti di ritorno, fra sé e i lavavetri…), il cemento di una letteratura europea oggi dove si dovrebbe trovare, se ogni scrittore aspira prima di tutto a produrre opere facilmente fruibili dappertutto e quindi generiche (altro che Weltliteratur, si dovrebbe parlare di Wo-auch-immer-literatur!), e se proprio queste costituiscono l’oggetto più ambito delle grandi case editrici, che appunto agiscono ormai in contemporanea in tutte le nazioni del Vecchio continente?

Personalmente, spero che proprio la poesia, ormai ridotta a genere marginale, espressione in primo luogo di un narcisismo esasperato e spesso solipsistico, possa invece costringere a tornare a riflettere sui destini dell’uomo europeo. Perché in effetti proprio di una riflessione su questi destini (a tutti i livelli, e non solo a quello economico-sociale) c’è bisogno oggi, per riuscire a ricompattare un’unità culturale che non è ri-fondabile solo sui presupposti della perennità e della superiorità del modello umanistico. D’altra parte, quale alternativa concreta offre ora quello capitalistico americano, a un passo dalla crisi e dall’implosione? L’aver posto l’avanzamento tecnologico-produttivo come base unica per giustificare la ricerca (il ricercare in sé) ha creato quella sindrome da modifica incessante di cui vediamo gli effetti ogni giorno. Ma certo, né i fondamentalismi, espressione aggressiva di una difesa velleitaria delle tradizioni, né i nuovi capitalismi, compresi quelli che fondono caoticamente vecchie dottrine marxiste e nuove necessità lavorative a bassissimo costo, sono per ora portatori di culture innovative e trasferibili.

Si apre quindi un’opportunità soprattutto per la poesia in quanto limite del pensabile, in quanto espressione non coartata dalle logiche esteriori, in quanto manifestazione di una profondità che può andare ben oltre l’inconscio individuale, e può toccare le zone della genetica, quelle, come direbbe Changeux, che rimangono all’interno del nostro DNA sin dalle origini dell’essere umano, in qualunque tempo siano da collocarsi. Se l’Europa non vuole essere un’espressione geografica, se vuole dialogare con i tanti suoi figli (compresi quelli a lungo martoriati), se vuole abitare il presente come fulcro di una modalità di pensiero rinnovata, esterna alle banali logiche della sopraffazione (in)diretta, della soddisfazione (indotta) dei desideri primari o, ormai quasi sempre, mediati; se si cerca tutto questo proprio la poesia può diventare il ‘limite’ (anche in senso matematico) cui tendere. Più che mai per i nuovi Europei privi di una vera prospettiva, di un’utopia buona, vale l’affermazione di Celan, secondo la quale ogni poesia è un progetto esistenziale: il poeta – e uomo – europeo vi può e vi deve modellare il suo destino, e quello di chi condivide con lui una tradizione non ancora interrotta.