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1 giugno 2013

Di Alberto in: Discussioni

Sul “Diario postumo” di Eugenio Montale


Recensione in corso di stampa sulla rivista “Italianistica”.

 

Non ha suscitato le polemiche, che sarebbero invece scoppiate al momento del ‘parapiglia’ filologico-attributivo del 1997-98, l’uscita del libro di Annalisa Cima Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale (Milano, Ares, 2012). L’ispiratrice del Diario, e poi curatrice delle edizioni montaliane secondo i legati testamentari (fortemente contestati dagli eredi), ricostruisce qui la sua verità, rievocando l’inizio della sua consuetudine con il poeta, nel 1967-68, e poi i loro rapporti anno per anno, sino al 1981. Le informazioni fornite sono in buona parte inedite, specie per quanto riguarda la genesi di quasi tutti i testi del Diario postumo: con una precisione a dir poco sorprendente, essendo passati più di quarant’anni, vengono citati eventi minimi che avrebbero fornito a Montale l’occasione per scrivere i componimenti, poi pubblicati postumi al ritmo di sei all’anno sino alla raccolta completa nel 1996, in concomitanza con il centenario della nascita. Ma proprio quell’edizione, curata da Rosanna Bettarini, scatenò i sospetti di Dante Isella, sostenuto, riguardo alla non autenticità dei presunti autografi, da uno specialista quale Armando Petrucci.

Molte sono state le prese di posizione, forse non risolutive. Più di recente è stato fatto notare che l’idea di una preparazione in vita per un’opera postuma era già contenuta in alcuni racconti montaliani sicuramente sconosciuti alla Cima: ma ciò non era sufficiente a garantire che l’intera raccolta del Diario fosse stata organizzata dall’autore. Molte infatti erano (e sono) le incongruenze materiali e stilistiche che restavano inesplicabili. E soprattutto, quasi tutti i presunti autografi esibivano una vistosa somiglianza con i testi giovanili montaliani, e una notevole diversità con tutti quelli dell’ultima fase, quanto meno dalla fine degli anni Sessanta in avanti.

Ora la Cima risponde direttamente o indirettamente a molte delle obiezioni che le sono state mosse: per esempio, veniamo adesso a sapere che un giudizio piuttosto negativo espresso da Gianfranco Contini su Incontro Montale, interviste al poeta della stessa Cima pubblicate da Scheiwiller il 9 aprile del 1973, sarebbe da ricondurre a uno scherzo ordito da Montale stesso al suo grande critico, al quale avrebbe detto telefonicamente, in presenza della curatrice, che si trattava di repêchages da Auto da fé, e Contini avrebbe riprodotto questo giudizio nel suo Una lunga fedeltà (Torino, Einaudi, 21 settembre 1974, secondo il colophon: si veda in effetti p. 109). Tuttavia, il critico vide il volumetto, come è dimostrato dal riferimento allo schizzo di Marino Marini che si trova sulla sua copertina, e sembra singolare che, a distanza di un anno e mezzo dall’uscita, non abbia controllato minimamente il contenuto; la Cima avrebbe poi immediatamente contestato il giudizio in una lettera, riportata nel volume (p. 57) del 9 settembre 1974, cui Contini avrebbe risposto, ma il 20 maggio 1976 (p. 58), riferendosi a quella missiva come se gli fosse arrivata qualche giorno prima anziché da quasi due anni. Insomma, nella ricostruzione proposta parecchie cose sembrano piuttosto singolari: il ricordo esatto delle parole dette da Montale in una telefonata del 1973, che infatti sono virgolettate (p. 56), sinora mai citata in nessuna occasione dalla Cima; il testo della sua lettera, riportato per esteso, di cui evidentemente l’autrice doveva aver tenuto una minuta (ma bisognerà vedere se l’originale è rimasto fra le carte di Contini), e che comunque sarebbe addirittura antecedente all’uscita in libreria di Una lunga fedeltà, che pare essere stato distribuito a partire dalla fine e non dall’inizio del settembre 1974; la risposta di Contini, che forse si riferisce a un momento o a un contatto successivo.

Tutto il libro si basa su affermazioni difficilmente verificabili e su ricostruzioni di dialoghi che dovrebbero risultare addirittura fedeli, dato che le parole di Montale sono riportate sempre fra virgolette, ma tali ovviamente non possono essere. Soprattutto sorprendono, in tanta abbondanza di riferimenti minuti, alcune strane omissioni. Non si dice, per esempio, quando esattamente il poeta avrebbe concepito l’idea esatta della pubblicazione postuma, e nessun accenno viene fatto a quei testi che invece avrebbero potuto senz’altro corroborarla, come il raccontino In un albergo scozzese, risalente al 1946. Possibile che Montale abbia rinunciato a far presente, fra così tante, infime notizie fornite, la lontana matrice del progetto, mentre invece esso deriverebbe da un’idea sorta all’improvviso (e oltretutto prima alla Cima), quella di un diario parallelo fra l’anziano poeta e la sua giovane interlocutrice (cfr. p. 34)?

Quando si tratta di giustificare la notevole differenza di tratto rispetto agli autografi sicuri degli anni Sessanta e Settanta, la Cima segnala che Montale scriveva ancora spedito quando si trovava in una condizione psicologica di sicurezza, in particolare con lei e con Vanni Scheiwiller (p. 35): ora, a parte il fatto che bisognerebbe trovare altri autografi, oltre a quelli del Diario postumo, con le medesime caratteristiche, il che per ora non pare sia accaduto, risulta singolare che l’autrice non ricordi che questa stessa affermazione era stata fatta da Maria Corti in un’intervista uscita su “Repubblica” il 4 settembre 1997 (tuttora rintracciabile in rete: http://ricerca.repubblica.it/ repubblica/archivio/repubblica/1997/09/04/montale-dopo-il-parapiglia. html): la studiosa ricorda appunto un incontro con il medico di Montale che supponeva che egli non fosse affetto dal morbo di Parkinson, bensì da una forma di tremolio nervoso in presenza di estranei o di persone poco gradite. È esattamente quanto ricorda anche la Cima, solo che la diagnosi sarebbe stata chiesta appositamente a un non meglio precisato “amico medico” (p. 36). Fra le due versioni esistono alcune incongruenze, ma soprattutto: perché la Cima non ha avvalorato all’epoca l’affermazione della Corti e perché non la cita ora? E dovremmo credere che tutti gli altri autografi di poesie dell’ultima fase siano stati scritti in momenti di particolare tensione, visto che in genere appaiono molto tremolanti?

Ma ancor più sorprendente, rispetto all’intervista alla Corti appena citata, sembra il fatto che la Cima non ricordi, in mezzo a una pletora di dettagli insignificanti, un fatto davvero decisivo. Infatti, nell’autunno del 1973 la Corti avrebbe visto consegnare un “notevole gruppo di fogli manoscritti”, che dovevano costituire una buona parte del futuro Diario. Ora, se si vedono le pagine della Cima dedicate al 1973 (pp. 55-65) nessun accenno riguarda questo evento così importante, che non viene menzionato nemmeno in altre parti del volume. Come giustificare una simile distrazione? Proprio un fatto così significativo viene omesso, forse perché già citato dalla Corti? Ma allora il testo della Cima contiene solo e soltanto la sua personale, circoscritta, idiosincratica verità, sebbene risponda puntigliosamente a tante obiezioni che le sono state mosse?

Purtroppo, come si vede anche da questo minimo esame, il volume non viene a chiudere definitivamente la questione del Diario postumo: e altri dubbi, paradossalmente, si ricavano confrontando il testo con alcune vecchie affermazioni del prefatore Cesare Cavalleri riportate in rete (http://www.ares.mi.it/index.php?pagina=evento&id=295), per esempio riguardo alla conoscenza esatta o meno, da parte della Cima, delle lettere-legato che le cedevano i diritti sulle pubblicazioni delle opere montaliane. Continua a rimanere uno iato fra l’ideazione dell’iniziativa, che sembra autentica, e la sua realizzazione, riguardo alla quale permangono molti buchi neri. E a una ricognizione minuziosa dei testi, si scopre che alcuni particolari che possono assumere il valore di indizio non quadrano: per esempio, stando agli autografi e all’edizione critica, Montale solo qui avrebbe usato alcune grafie o forme mai impiegate in nessun altro testo in poesia o in prosa (su ciò tornerà la dott.ssa Veronica Ribechini, autrice di una tesi di laurea sull’argomento, discussa presso l’Università di Pisa nel 2009-10). Si può ipotizzare che solo nei testi del Diario Montale abbia cambiato alcune abitudini scrittorie tenute costantemente per tutta la vita?

In conclusione, il testo della Cima può senz’altro contenere notizie esatte e può essere utile (facendo i dovuti controlli) a ricostruire la genesi e quindi a spiegare molti componimenti del Diario, altrimenti enigmatici: certo, le circostanze rievocate sono del tutto personali, e quasi sempre maggiormente inerenti alla biografia della Cima, che è la vera protagonista del libro. Montale sembra aver risposto alle sue molte sollecitazioni, anche quando gli venivano citati pensatori o scrittori non molto graditi (come Teilhard de Chardin, viceversa carissimo alla Cima: cfr. p. 139): e in ogni caso il Diario postumo dimostra, così stando le cose, la sua natura di libro nato casualmente e senza nessuna fisionomia, anche rispetto a quelli coevi inseriti nell’Opera in versi. Restano però parecchi interrogativi, specie sull’organizzazione dei materiali (e sulla loro autografia), che il libro, nel suo scialo di triti fatti, contribuisce ad aumentare o a rinforzare anziché a sciogliere.

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