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1 agosto 2019

Di Alberto in: Proposte

Su “Tutte le opere” di Rocco Scotellaro (Mondadori)


Questa recensione è uscita su TTL-La Stampa

Da tempo si attendeva un’edizione completa delle opere di Rocco Scotellaro, per parecchi decenni circolate in versioni parziali o rimaneggiate, magari con l’intenzione di renderle più fruibili, che sicuramente fu quella che animò il suo amico e sostenitore Carlo Levi. La breve esistenza dello scrittore di Tricarico non gli consentì di curare una raccolta delle sue poesie o dei suoi racconti, né di terminare un testo ibrido ma apprezzato già in fase di stesura, L’uva puttanella. A ciò si aggiunse il dissenso per l’assegnazione postuma del Premio Viareggio nel 1954: le poesie di È fatto giorno convinsero quasi tutti i giurati (ma non Ungaretti), però furono aspramente criticate, assieme alla visione storico-politica dell’autore, dai più importanti critici organici al Partito comunista, come Salinari o Alicata, impegnati nel risolvere la questione meridionale senza difendere un mondo contadino ritenuto arcaico e inconciliabile con una prospettiva progressista teoreticamente fondata.

Tra scarsa affidabilità dei testi in circolazione e pregiudizi o facili etichette, la produzione di Scotellaro ha vissuto una vita in minore, sino a quando, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, Franco Vitelli ha cominciato a ripubblicarla con acribia filologica e con una ricostruzione capillare della parabola esistenziale e artistica di colui che è stato spesso considerato uno dei poeti esemplari del Neorealismo. In realtà il quadro ora disponibile è ben più ricco di sfumature, che ci vengono fornite pure dall’acquisizione di interessanti articoli giornalistici e pezzi dedicati al cinema, riuniti da Sebastiano Martelli, e di nuovi racconti oltre a quelli già noti, curati da Giulia Dell’Aquila.

Innanzitutto, le poesie sono state revisionate e in vari casi corrette o integrate dopo l’edizione del 2004 dello stesso Vitelli: si distinguono ormai con esattezza le stratificazioni cronologiche, le disposizioni risalenti all’autore (e a volte modificate da Levi), le aree tematiche: quella amorosa, per esempio, ha uno sviluppo ampio e spesso delicato, specie nella sezione È calda così la malva. Certo siamo portati a dare risalto ai testi legati a temi popolari, veri e propri canti contadini, magari in dialetto. Inoltre, alle lotte e ai contrasti del secondo Dopoguerra, che vedevano coinvolti i socialisti sostenitori del giovane Scotellaro (sindaco della sua città), sono dedicati numerosi componimenti di forte impatto, per esempio Ti rubarono a noi come una spiga. Ma in queste liriche, è noto, si colgono influssi che certificano una componente culta. Significativo l’influsso di Saba (si veda A una madre) o del Montale degli Ossi; probabilmente però l’autore che agisce a maggiore profondità è Quasimodo, dal quale provengono sia tratti ‘ermetici’, sia stilemi della fase post-resistenziale: esemplare Sempre nuova è l’alba, e chissà che non sia la traduzione dei Lirici greci, lodatissima sin dal 1940, a fornire l’armonizzazione di un frammento come Invito (ma anche Scotellaro è valido traduttore). Il collante è dato da una esibita e dura concretezza: “È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi”.

Una poesia dunque sfaccettata, come ben dimostra Vitelli nella sua Introduzione e nei Contributi critico-filologici conclusivi (con quelli degli altri curatori, si tratta di oltre centoventi ricchissime pagine). Intanto, essa si distribuisce lungo l’intera fase di attività di Scotellaro, dal 1940 al 1953; poi, interagisce con altri importanti contributi, per esempio l’indagine sulla vita e la cultura dei Contadini del Sud, commissionata da Vito Laterza nel ’53 e basata su interviste a soggetti che ora si definiscono ‘semicolti’: la morte impedì il compimento di un lavoro condotto secondo presupposti meditati con Manlio Rossi-Doria (altro punto di riferimento) e discussi con Ernesto De Martino. Spesso però le rivelazioni più illuminanti vengono da triangolazioni con i racconti, a volte semplici aneddoti, altre volte apologhi che lasciano trapelare paure e contraddizioni: è il caso di La testuggine, in cui il ragazzo narrante fa trasparire una situazione familiare complessa, segnala azioni (la pulizia della tartaruga morta, lo scannamento di un gallo) che paiono riti ancestrali, e conclude: “Ma come devo dire, a questo punto, che, tanto, il babbo e la mamma mi assomigliano alla testuggine?” Il nome di Kafka, talora evocato, o almeno quello di Tozzi non sono fuori luogo.

Spunti di rilievo si ricavano dagli scritti giornalistici, e forse ancora di più dalle elaborazioni per sceneggiature cinematografiche, come quella su I fuochi di San Pancrazio o la proposta abortita per Cristo si è fermato a Eboli. Levi fu comunque il primo a credere al valore del testo più complesso di Scotellaro, un po’ autobiografia trasposta, un po’ romanzo corale, l’incompiuto L’uva puttanella. Esso nasce nel 1950 quando lo scrittore viene prima incarcerato, ingiustamente, poi si dimette da sindaco di Tricarico e si allontana verso Roma e Portici. Vengono delineati episodi biografici, con rievocazioni sino ai limiti del lirismo, nella prima parte; con abbondanti dialoghi di personaggi durante la guerra e il dopoguerra, nelle successive. Anche in questo caso i modelli non mancano, specie quelli angloamericani attivi nei neorealisti, ma è notevole il cambiamento di focus: se all’inizio ci muoviamo nell’orbita di uno stile narrativo confrontabile con quello di Conversazione in Sicilia di Vittorini, in seguito sembra prevalere il già canonico Pavese, ma a volte il brulicare di voci rinvia ai Malavoglia verghiani. Tuttavia pure qui si trovano accenti di alta e personale drammaticità: basti pensare alle pagine nelle quali viene descritto l’assassinio compiuto dal genitore, già evocato nella dura poesia Mio padre (“una volta fece fuori le budella / a un figlio di cane”). E in generale si coglie l’azione costante di un principio fondamentale per Scotellaro: la letteratura può davvero servire a risanare le ingiustizie subite da chi “è morto e non voleva morire, è vissuto e non voleva vivere”.

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