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18 aprile 2022

Di Alberto in: Proposte

Notizie dantesche


UNA NUOVA BIOGRAFIA DI DANTE

 

La biografia di Dante firmata da Paolo Pellegrini (Dante Alighieri. Una vita, Torino, Einaudi, 2021) si presenta come rigorosa da un punto di vista filologico, rispettosa della tradizione esegetica, innovativa su vari punti molto discussi. Purtroppo, a una lettura attenta, sono molte le mende e gli aspetti insoddisfacenti. Lasciando a una futura recensione l’elenco dei numerosi errori materiali riguardo ai dati esposti, si può intanto segnalare che, su molti settori della critica dantesca, vengono delineati quadri non più corrispondenti alle acquisizioni attuali, come nel caso del Fiore (pp. 46-47). Non mancano traduzioni quanto mai libere e prive di riscontri, come quella di “dilatrata” (testo molto dubbio della Questio, probabilmente uno dei tanti errori di lettura della princeps al posto di un ben più adatto “dilactata”) che diventa, a sorpresa, “oggetto di schiamazzi” (p. 198).  L’aspetto di analisi dei testi è sempre superficiale cosicché molte sfumature non vengono colte, per esempio quando si tratta di interpretare esattamente il dettato dell’Epistola a Cangrande, ritenuta autentica in sostanza sulla base dell’edizione più recente, ma senza un esame adeguato e puntuale delle motivazioni in contrario: del resto, anche in un suo recente articolo (Dante Alighieri e l’“Epistola a Cangrande”: tra storia della filologia e storia dell’editoria, “StEFI”, IX, 2020, pp. 249-273), P. si diffonde in precisazioni puntigliose quanto irrilevanti, mentre non affronta con sistematicità le questioni davvero essenziali come quella della diffusione del testo e la sua datazione. Oltretutto, la ricostruzione ‘storica’ di Luca Azzetta confligge con quanto afferma P. sul soggiorno veronese, mentre entrambe le loro cronologie confliggono con i dati ricavabili dalle autentiche Egloghe. Va anzi notato che P. non tiene conto dell’ampia bibliografia su questi testi fondamentali, che comprende anche ricerche sui documenti relativi ai figli e agli amici di Dante, in particolare a cura di Gabriella Albanese e Paolo Pontari, grazie alle quali risulta quanto mai probabile che gli Alighieri orbitassero in area ravennate ben prima del 1320, all’incirca dal 1318-19: pure in questo caso gli argomenti portati da P. sono del tutto parziali e tengono conto solo di quelli più favorevoli a tesi che sembrano precostituite. In effetti, l’intento principale dell’autore è dimostrare che non solo va accettato qualunque riferimento disponibile sui rapporti di Dante con Verona ma addirittura si possono spesso ricavare, con deduzioni quanto mai opinabili, ulteriori espansioni. In sostanza il poeta avrebbe soggiornato più o meno costantemente nella città di Cangrande fra il 1312 e il 1320, stando a un’epistola che lui stesso avrebbe scritto per conto del condottiero a Enrico VII e stando alla Questio che sarebbe stata discussa nella chiesa di Sant’Elena. Sulla prima indicazione, P. non ha preso atto che la sua ipotesi attributiva del 2018 (ma in effetti già in parte anticipata da G.P. Marchi) è andata incontro a numerose obiezioni, sia per la debolezza palese degli argomenti, sia per la mancanza (che continua a tutt’oggi) della promessa edizione definitiva: correttezza filologica avrebbe voluto che si presentasse come largamente ipotetica questa ricostruzione, mentre l’autore ripropone (pp. 169-172) le stesse argomentazioni che sono già state oggetto di contestazioni. Si noti fra l’altro che l’articolo di P.P. La quattordicesima epistola di Dante Alighieri. Appunti per una attribuzione, in “StEFI”, VII, 2018, pp. 5-20, va ora posto a riscontro con quello di Guglielmo Bottari, L’aquila e la scala. Una lettera di Alboino e Cangrande della Scala a Enrico VII, in “Archivum Mentis”, X, 2021, pp. 425-449, il quale imposta con notevole correttezza un lavoro esegetico che potrà riguardare anche l’epistola in questione, per ora notando implicitamente la scarsità di elementi probatori a favore di un’attribuzione definita “estremamente impegnativa” (p. 425, n. 2). (Quanto alle osservazioni riservate al contributo proposto in Dante. Altri accertamenti e punti critici, Milano, F. Angeli, 2019, pp. 278-286, va specificato che, in alcuni casi, si faceva riferimento a versioni provvisorie del testo di P., che possono aver indotto a qualche inesattezza; ma è del tutto capzioso il citare come “metodologicamente non impeccabile”, p. 425, n. 1, una singola nota che, con evidenza, voleva solo fornire qualche tassello riguardo alla cultura dell’estensore dell’epistola – che semmai doveva essere indagata da chi ha proposto l’attribuzione -, non certo indagare in dettaglio il testo di un’epistola che, per quanto si può adesso cominciare a inferire proprio dal lavoro di Bottari, non si allontana da una media notarile di ambito scaligero). Ma ancora peggiore, quanto a correttezza, è il trattamento riservato alla Questio (pp. 193-200). P. mette in discussione gli studi di uno fra i maggiori specialisti di scienza medievale in attività, Gianfranco Fioravanti, il quale in un articolo del 2017 aveva opportunamente notato che, nell’ambito delle teorie da confutare, nella Questio si fa riferimento a una enunciata per la prima volta da Buridano tra il 1335 e il 1340, riguardante l’argomento della distinzione fra centro di gravità e centro di grandezza: la novità consiste nell’applicazione di questa distinzione, già nota, al problema dell’emersione delle terre dall’acqua. Non cogliendo questo punto essenziale, P. viceversa sostiene che gli elementi usati da Buridano ricorrevano in Simplicio (la cui influenza sul problema specifico, nel primo Trecento, non è attestata) e segnala come imprescindibile una conferenza panoramica di Alessandro Ghisalberti del 1984, quasi che Fioravanti, che aveva già confutato in maniera ineccepibile queste obiezioni in un articolo del 2019, avesse avuto bisogno di citare un breve compendio nella sua esposizione. P., che non può indicare nessuno specifico autore precedente a Buridano, il quale oltretutto indica come sua originale la soluzione proposta, sostiene che comunque queste ipotesi potevano essere oggetto di dibattito ante 1320, pur non avendo lasciato nessuna traccia in Italia prima degli anni Sessanta del Trecento. Non sembra sia necessario insistere sull’inconsistenza di argomenti siffatti: fino a che non si troverà un antecedente sicuro rispetto alla teoria di Buridano in questione, si deve accettare, proprio in rispetto alla deontologia della critica filologico-storica, che nella Questio sia contenuto un anacronismo evidente rispetto alla data presunta di composizione e quindi essa vada collocata tra le opere spurie. In ogni caso, nell’insieme le ricostruzioni di P. sui tanti aspetti ancora controversi della biografia di Dante risultano poco convincenti e andranno senz’altro sottoposte a ulteriori verifiche.

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